Bio

 

 

Andrea Simeone, 

sono fotografo napoletano, vivo e lavoro a Milano. Ho raccontato con il romanzo  “Recinto di Porci” la vita di un gruppo di adolescenti giunti al momento di scegliere o meno la Camorra.

Sono nato alle pendici di un vulcano esplosivo, sotto una caldera piena di magma, vivo l’istante (di vita e fotografico) e con la classica propensione partenopea: passione, calore, relazione, poco attaccamento alle futilità e valori superficiali. Approfondimento, curiosità e puro interesse verso la storia e l’uomo.

 Imparare a cogliere la bellezza dell’istante, e del momento che poi non ritornerà è un retaggio importante della mia terra.

Nella fotografia ho compiuto reportage sociali a Napoli, e in giro per le città italiane, approfondendo gli ideali di bellezza, la pulsione al possesso degli oggetti, all’uso a-sociale dei social network, alla politica dell’infelicità.

Stimolato anche dall’incontro con Franco Fontana, Guy LaQuerrec, Davide Monteleone, Luigi Erba, Fabio Bucciarelli, Marco Negri, continuo la ricerca fotografica in varie direzioni. 

Mi muovo su tre ambiti (oserei dire gnoseologici): il corpo, il luogo e la spostamento del corpo nel luogo. 

Mi interessa la relazione fra tempo e luogo, in una serie di lavori intitolati “Cronotopos”, dal 2003 censisco i cimiteri della Seconda Guerra e i Luoghi della Memoria; ho svolto un lavoro sui resti della guerra civile a Sarajevo, e il più recente sulla festa indiana dell’Holi e le sacre ceneri versate nel Gange a Varanasi. 

Ritraggo il corpo nella analisi antropologica dei ritratti casuali in Bangladesh. E mi occupo di creazione d’immagine per musicisti e rapper, case di produzione, case discografiche. Ho seguito alcuni artisti per le strade di Napoli, da Marianella a Ponticelli, dalla Sanità a Scampia,  in un progetto chiamato “A Sud di Nessun Nord”. 

Lo spostamento viene declinato nella più pura fotografia casuale di strada, e nei racconti delle “Traslazioni” dove metropolitane, corpi, luoghi, si spostano lateralmente eppure rimanendo fermi.

Da alcuni anni collaboro con equipe mediche in zone disagiate, da Bucarest fino a Calcutta, approfondendo il Bangladesh fra Dhaka e Khulna, mettendo a disposizione la mia professionalità a Onlus, associazioni, enti, missionari. Questo mi ha permesso di avere accesso a zone di difficile ingresso, dagli slum, ai bordelli, dai centri di accoglienza di ragazzi di strada ai campi profughi.

Ho collaborato con Emergency, Ananda, Kisedet, AdmOnlus, Hiwa Hospital di Suleimania, StGaspar di Itigi, su progetti in Bangladesh, Kurdistan Iracheno, Tanzania. 

Sono uno che si adatta, che sa lavorare in team e su progetti multimediali nel senso più puro. So muovermi in zone complesse, dove usi e costumi sono drammaticamente diversi, e dove le usanze sono importanti chiavi di lettura e di apertura.

La fotografia è uno strumento di indagine, e nasce sempre da una domanda. Diventa sempre un mezzo per approfondire e guardare oltre le proprie convinzioni, le proprie idee e preconcetti, oltre la barriera obnubilante dell’opinione.

Fotografare vuol dire scrivere, domandare, conoscere, capire, ricordare, raccontare, informare.

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