Sono anni che ormai indago sullo spostamento fisico degli uomini, mentre immobili le sovrastrutture, l’apparenza e la pubblicità rimangono immobili, trasversali in tutti i luoghi. Questa mia ricerca, iniziata ormai qualche anno fa, prende forza dall’idea di “traslazione”: un corpo immobile che viene spostato lateralmente.

Ho avuto modo di muovermi per il Bangladesh in più di una occasione, qui il concetto di spostamento prende una nuova sfumatura, e il muoversi fra caos, incidenti, strade distrutte, polvere, pukur e pozze d’acqua, diventa sempre una avventura senza fine.

Per strada, a Dhaka, la pubblicità si sostituisce la presenza ingombrante di volti e vite: queste si presentavano dai finestrini dei pullman strapieni, schiacciati contro i vetri, facendo capolino dagli spiragli. Il contatto è estremo, l’odore, la vita, il rumore del respiro sono costanti invadenti e pervasive. 

Fermo per strada, li vedevo slittare davanti a me. Visi e vite che entravano in scena, e poi scomparivano. Mentre gli aiutanti degli autisti, fermi in pose plastiche sull’entrata del bus, tiravano a forza dentro e fuori i passeggeri, raccogliendoli fisicamente per strada.