Arrivando in Piazza Plebiscito, la vedi. Si staglia contro il colonnato. È strana, assomiglia ad un blocco informe di ferro.

Entri in un cunicolo. Le pareti ti stringono intorno l’aria. Cerchi di respirare, e ti guardi intorno, non sapendo cosa ti accadrà.

 Continui, perché il cammino della tua vita ti porta sempre a guardare dietro l’angolo, ti spinge osservare ancora, ad andare oltre.

Le pareti ondeggiano e basculano intorno a te, si allargano e si stringono, , il cielo diventa uno spicchio minuscolo, e poi torna ad essere una fetta accettabile e tranquillizzante. Ti muovi in stati alternati di claustrofobia e agorafobia.

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Rincorri le curve che si susseguono come se fosse un gioco, insegui te stesso, con un sorriso e un cruccio che ti dondolano in faccia: non sai se ti stanno prendendo in giro, o se ti stanno facendo vedere qualcosa di grande. Continui a correre, con un roco rantolo, a metà fra l’orgasmo della morte e l’abominio della vita.

E alla fine arrivi alla luce. Uno spiazzo. Un vuoto. Ti aspettavi qualcosa, come nella vita reale attendi che qualcosa accada. Ti guardi intorno, alzando gli occhi al cielo, e giri, giri, giri, e continui a girare. Per un istante hai colto il senso. Poi è volato in alto.

Esci e l’effetto è simile a quando ci sei entrato. Solo che ti ritrovi di fronte al Palazzo Reale e un pulcinella che suona il mandolino, chiedendo un’offerta. “Non fate morire le tradizioni. Pulcinella è Napoli.”

Piazza Plebiscito è lì, con i motorini che ronzano e suonano il clacson ogni due nanosecondi, con i ragazzi che giocano a pallone fra i dissuasori di cemento, con le ragazze dal ventre scoperto e dal fare televisivo.

Sta arrivando un po’ di gente verso di te. E allora rientri per fare qualche scatto.

Ti accorgi subito della differenza. I bambini schizzano appena entrano, giocano, si rincorrono, arrivano al centro e iniziano a ballare e muoversi. Poi escono correndo, e ripetono la stessa cosa all’infinito. Si lanciano in avanti con l’ingenuità di chi inizia la vita, con l’assenza di timori, senza calcoli, senza previsioni, senza diplomazia.

 

Gli adulti entrano sospettosi. Toccano le pareti come prima cosa, le studiano, le squadrano. E si chiedono come avranno fatto a trasportarlo fin lì. Poi camminano con circospezione. Si mettono da parte per far passare, e incedono lentamente. 

Arrivati al centro della struttura, rimangono all’ombra dell’ultimo fascio di spirale. Non entrano nello spazio, non lo vivono, non lo invadono, non se ne appropriano. 

Forse non lo colgono neanche. Hanno paura di quel vuoto, o forse non si rendono conto di essere –in nuce– loro stessi la vera opera d’arte.

Loro e il loro viaggio.

Si guardano in faccia, e pronunciano vari commenti, qualcuno ridacchia imbarazzato. Qualche altro si apre in una espressione disgustata, lamentando i soldi che si spendono per portare opere d’arte a Napoli; lo fanno con il tono di chi non vuole sforzarsi nemmeno un po’ di capire.

Poi si affrettano ad uscire.

Camminando, ti guardano. Vedono la tua macchina fotografica, e si mettono da parte, come se tu volessi riprendere solo i fascioni di metallo contorto, come se volessi fotografare sul serio delle lastre di metallo curvate. 

Non capiscono davvero che sono loro stessi la vera opera. Il motivo ispiratore per cui ti accovacci a terra e aspetti che si imprimano nelle foto come fantasmi, raccontando di chi, avvolto nella spirale della propria vita, sceglie di andare avanti timidamente.

O di correre entusiasta.

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