La festa del Fuoco
Lat Mar Holi – Holikadan – Dhulendi

Negli occhi ancora la polvere delle ceneri e dei colori. Ciprie e terre. Fumo, cenere, incensi, odori. E poi acqua. Acqua colorata, acqua sporca, liquidi che colano negli angoli, rivoli e rigagnoli. 

Alberi, foglie usate come piatti, chicchi di riso a terra, buste di plastica e resti vari. Alberi storti e ritorti cresciuti dovunque. Gente a terra che riposa. Che si sposta spingendo. Adagiata in pose plastiche sui muri.

L’immagine dell’idea occidentale della festa è quella del colore. 

Il demone Holika è intenzionata a bruciare vivo un bambino appassionato credente, e proteggendosi con il suo velo magico abbraccia il pargolo e si siede sulle fiamme.

La fede del bambino -Prahlad- lo salvò, e fece morire arsa dalle fiamme Holika.

Spalle, braccia, contatto, e ancora spalle. Momenti di scambio fugaci. Un cenno o un gesto, oppure niente. Spalle. Spiragli che si aprono fra la folla che prega “Radha Radha”, camminando in fila verso il tempio della donna di cui era innamorato Krishna.

Lei era bellissima e dalla pelle bianca. Krishna, il cui nome significa NERO, ottavo avatar del dio Visnhu, invece era blu perché da piccolo un demone lo aveva allattato dandogli anche veleno di cobra. Lui decide di sporcarla con tutti i colori che aveva a disposizione. Radha, la più bella delle Gopi.

E mentre saliamo sul tempio a Barsana, mentre siamo in coda a Vrindavan, mentre rotoliamo nella sabbia di Mathura, con il crepitio delle fiamme di Nuova Delhi come sfondo, sentiamo la forza ancestrale di percorso che viene da molto lontano.

Occhi neri. Mani. Polvere. Riso fuori dai templi. “Radha radha”, sussurrato e poi cantato. Spingono tutti. Ti toccano la fronte, la gola, le tempie. Chakra. Il contatto è ossessivo, costante. Mentre gomiti e mani e braccia e polvere.

India.