Incontri casuali in bianco e nero in Bangladesh

Il ritratto – dopo i primi esperimenti – è stato il principale utilizzo della fotografia. 
Ritrarre le personalità ma anche l’uomo comune ha avvicinato artisti, fotografi e ricercatori. 
La persona è al centro della storia: i suoi occhi e le sue mani attraversano lo spazio e il tempo, giungendo a spettatori lontani e inizialmente inimmaginabili.

L’uso antropologico della fotografia è servito a censire e catalogare etnie e radici nei luoghi più disparati del mondo. Riuscire a riprendere popolazioni aborigene, o nativi africani, e a ritrovare la loro connotazione estetica, facciale, corporale, è stato importantissimo. La regola è semplice: scattare sempre nello stesso modo per far sì che la complessa diversità del soggetto racconti una storia, diventando il punto focale della fotografia.

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Richard Avedon, nella sua ricerca sull’ovest americano, si avvale di una tecnica che aveva usato anche per personalità, politici e modelle: sfondo bianco e pellicola di grande formato, in bianco e nero. 

In questo modo, tutto viene livellato in un unico piano, e tutti vengono messi nella stessa condizione narrativa: sono raccontati senza altri elementi, a volte sporchi, a volte con gli attrezzi da lavoro in mano, a volte vestiti a festa, puri nell’estetica del loro essere. L’Americano dell’ovest colto così com’era, estrapolato dalla miniera, dall’ufficio o dalla campagna, e collocato davanti ad un uniformate telo bianco.

Il Bangladesh si trova sul delta del Gange e del Brama Putra: questa connotazione geografica caratterizza anche la complessa mescolanza di etnie differenti. Tratti pakistani, indiani, a volte nepalesi o tibetani, si mescolano geneticamente.

Il rapporto con gli stranieri è sempre curioso e interessato, bambini e adulti non nascondono il loro interesse, si avvicinano, fanno domande, e a volte toccano i tessuti che indossi, gli abiti, i bracciali, i capelli.

I loro sorrisi e la loro apertura cambia radicalmente nel momento in cui entra in scena una macchina fotografica. Diventano immediatamente seri e composti, e quando sanno di essere i soggetti di una foto il loro corpo si irrigidisce, in una postura quasi marziale. Chiudono la bocca, comprimono le ciglia. Questo accade perché per loro è molto importante essere fotografati, e ancora di più da uno straniero. Insegnano ai bambini a non sorridere, perché questo li farebbe apparire stupidi.

Il ritratto è un istante così prezioso ed importante, dove due anime si concentrano per poter raccontare una sola storia. 

Il mio essere in quel luogo, che loro vivono quotidianamente; entrare nel loro mondo, e lasciarmi andare alle loro domande, mostrare loro le foto dei miei bimbi, o raccontare storie del mio Paese. Lo scambio è istantaneo, profondo, intimo. L’invasione degli spazi, da parte mie e da parte loro, è notevole. Il contatto fisico dei due mondi è evidente. Eppure, grazie a questi incontri casuali ho avuto modo di trovare una piccola breccia da cui osservare quel mondo straordinario.

La decisione di iniziare una vera e propria ricerca sul ritratto casuale è nato da questa serie di incontri: la situazione si ripeteva ciclicamente, e ogni volta ne uscivo sempre più arricchito. Mi sono reso conto subito che il potenziale espressivo veniva incrementato dall’assenza di sorrisi o di altre posizioni e che la postura marziale tirava fuori energia e forza dai soggetti. 

Forza ulteriormente accentuata dalla contestualizzazione, dato che lo sfondo non è un lenzuolo bianco, ma il luogo in cui li incontro: una capanna, un vicolo di una baraccopoli, l’interno di un bazar.

Ho deciso quindi di usare il taglio documentaristico, una sola macchina, una sola ottica, una sola pellicola e una sola inquadratura. La diversità scaturisce così dai soggetti stessi, ritratti nel luogo in cui li incontro per caso, dove essi vivono, si muovono, e che li rappresenta.

Ho raccolto più di trecento soggetti, incontrati nei luoghi più disparati, dagli ‘slum’ di Khulna, alle baraccopoli di Dhaka, dal mercato delle spezie, ai nomadi che vivono lungo la ferrovia, fino ai Munda vicini allo Sundarban. 

In alcune occasioni ho un po’ forzato la mano, e non ho aspettato che si mettessero in posa: questo mi ha portato ad avere anche un’alternanza di posture che aiuta il racconto, mostrando sfaccettature nuove e diverse. Scattare silenziosamente due o tre foto in successione permette poi alle persone di sciogliersi e prendere confidenza.

L’incontro fotografico non culmina con lo scatto, quello è piuttosto il punto di inizio grazie al quale ho potuto godere di numerose conversazioni piacevolissime ed essere a mia volta bersagliato di domande sulle motivazioni che mi muovono, sulla mia vita in Italia, sul mio lavoro, sulla mia famiglia.

“Sada Kalo” vuol dire bianco e nero. 

L’approfondimento narrativo della relazione fra il fotografo e il soggetto diventa il filo condutture di un racconto fatto di volti diversi, ed espressioni altalenanti e sorprendenti, fra occhi duri, sguardi dolci, di complicità o diffidenza, di curiosità o apertura, in un bianco e nero ampio e corposo, che rende sintetico ed essenziale il racconto di un mondo caratterizzato e riconosciuto proprio dalla sopraffazione dei colori. 

Quest’anno ho poi avuto modo di portare in una Ccasa-famiglia alcuni dei miei scatti: ho dato queste fotografie in bianco e nero ai bambini della casa, e ho chiesto loro di colorarle. Quello che ne è venuto fuori è stato dolcissimo. Il bianco e nero del mio racconto ritorna ad essere a colori, attraverso le mani e le dita dei soggetti stessi.

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